Dalle macerie del Morandi alla continua richiesta di giustizia.
di Giuseppe Carbone
Era il 14 agosto del 2018. Le 11:36 di un martedì apparentemente come tanti altri. Un minuto dopo, il mondo è crollato. Non è una metafora, è la brutale e sfacciata realtà che ha stravolto per sempre le vite di tutti noi e ha impresso una macchia indelebile, fatta di sangue e fango, nella storia di Genova e dell’Italia intera. Una strage che oggi, a distanza di anni, grida ancora a gran voce Giustizia. Una parola che troppo spesso, in questo Paese, viene calpestata dal peso della burocrazia, degli interessi economici e di una vergognosa impunità.
Quel maledetto martedì mattina mio figlio ed io stavamo rientrando a casa. Eravamo reduci da un appuntamento istituzionale con l’allora Sindaco di Genova, il Dottor Marco Bucci. Stavamo programmando un evento per il movimento delle Agende Rosse. Un’ironia della sorte che oggi mi gela il sangue nelle vene: parlavamo di legalità, di lotta alle mafie, di giustizia sociale, mentre a pochi chilometri da noi il simbolo dell’incuria e del profitto privato sulla pelle dei cittadini si stava preparando a uccidere.
Pioveva a dirotto su Genova. Una giornata plumbea, certo, ma non un temporale diverso da quelli a cui noi liguri siamo tragicamente abituati. Il nostro percorso naturale per tornare a casa, evitando l’autostrada, prevedeva il passaggio sotto il ponte Morandi, in direzione della Val Polcevera. Guidavo con prudenza, a andatura regolare, rispettando il meteo avverso. Abbiamo superato quel colosso di cemento armato che sovrastava le nostre teste. Abbiamo percorso sì e no un chilometro. Poi, un boato. Un rumore sordo, tremendo, devastante. Con mio figlio ci siamo guardati: abbiamo pensato a un tuono violento, uno di quelli che scuotono l’aria durante i nubifragi. Non potevamo immaginare che quel suono fosse il collasso di un’intera infrastruttura. Non potevamo sapere, in quel preciso istante, che lo avevamo scampato per una manciata di secondi. Scrivo tutto questo oggi senza dimenticare mai, nemmeno per un istante, l’enormità di un fatto che mi toglie il fiato: anche io, insieme a mio figlio, avremmo potuto far parte di quel tragico elenco di vittime. Eravamo lì, sotto quel gigante d’acciaio e cemento, un attimo prima che venisse giù. Quella linea sottile che ha diviso la nostra salvezza dalla fine altrui non fa che aumentare la mia responsabilità civile come cittadino, come padre e come amico. Oggi sento il dovere morale di prestare la mia voce a chi non ce l’ha più.
Arrivati a casa, dopo pochissimi minuti, lo schermo del telefono ha cominciato a illuminarsi. Circolavano le prime, apocalittiche immagini del crollo. Ricordo il rifiuto psicologico di quegli istanti. Pensai a un fake, a un macabro scherzo della rete, come purtroppo ne succedono tanti. Non volevo crederci. Non potevano accettare che quel gigante che univa la città si fosse spezzato come un ramoscello secco. Ma la realtà, spietata, ha bussato alla porta immediatamente. Nessuno scherzo. Era tutto vero.
In quel momento, 43 persone venivano inghiottite dal vuoto. Quarantatré vite spezzate. Famiglie distrutte, sogni polverizzati, un dolore immenso che ha travolto l’intera comunità. E mentre il Paese si scopriva fragile, il primo pensiero che accomunò tutti i genovesi fu una cinica, tragica constatazione: il bilancio avrebbe potuto essere un’ecatombe ancora peggiore. Tutti conoscevamo il traffico infernale che quel ponte sopportava ogni giorno, a ogni ora. Io stesso, come chiunque abiti in questa città, non saprei contare le centinaia di volte in cui l’ho percorso in entrambe le direzioni. Potevo esserci io. Poteva esserci chiunque. E la rabbia monta proprio qui: nel sapere che viaggiavamo sopra una trappola mortale, fidandoci di chi avrebbe dovuto garantire la nostra sicurezza e invece contava solo i profitti dei pedaggi.
Ma il destino non aveva ancora finito di colpirmi. Il dolore collettivo, da lì a poco, sarebbe diventato una ferita lacerante e personale. Squilla il telefono. È un caro amico, Pino; per motivi di lavoro si era trasferito con la famiglia da Genova in Calabria. Sento la sua voce tremare, spezzata dall’angoscia. Mi chiede di fare delle ricerche, per quanto possibile, su suo figlio Luigi. Il ragazzo non risponde al telefono. I genitori sentono dentro un presentimento nero, un presagio di quelli che solo un padre e una madre possono avvertire. Rimango interdetto: “Luigi? Ma Luigi non è giù con voi in Calabria?”, chiedo. Pino, con un filo di voce, mi spiega che il figlio era rientrato nel capoluogo ligure proprio per motivi di lavoro.
In quel momento il cuore ha iniziato a battere all’impazzata. Ho attivato immediatamente ogni canale possibile. Erano ore concitate, frenetiche, dominate da una confusione indescrivibile. La macchina imponente dei soccorsi era in moto, le sirene squarciavano il silenzio della città ferita, le notizie si rincorrevano confuse, frammentarie, contraddittorie. Raggiungere la zona del disastro era impossibile, l’intera area era blindata. Ho iniziato a tempestare di telefonate chiunque potesse sapere qualcosa, aggrappandomi alla speranza, pregando che Luigi fosse bloccato nel traffico, che avesse il telefono scarico. Qualsiasi cosa, purché fosse vivo.
La verità è arrivata qualche ora dopo, con la telefonata di un altro caro amico, impegnato sul campo nelle operazioni di soccorso. Gli avevo chiesto di controllare gli elenchi, di verificare ogni dettaglio. Quando mi ha richiamato, mi ha chiesto conferma del nome. Poi, il silenzio. E infine, quella conferma che ti toglie il respiro e ti gela il sangue: Luigi era stato trovato. Era tra le vittime estratte dalle macerie di quel cemento maledetto. Si trattava di Luigi Matti Altadonna. Aveva solo 34 anni.
E adesso? Cosa faccio adesso? Quella domanda ha iniziato a rimbombarmi nella testa come un martello pneumatico. Avevo il cuore in gola. Ho visto crescere quel ragazzo. La nostra non era una semplice conoscenza: eravamo legati da un’amicizia profonda, radicata nel tempo, rafforzata dalla comune origine e dagli anni di servizio trascorsi insieme nel corpo della Polizia Penitenziaria. Con Pino e la sua famiglia organizzavamo le vacanze insieme, i nostri figli sono cresciuti uniti. Mi sono passati davanti agli occhi, come lampi accecanti, i ricordi più belli: le escursioni in camper, le notti passate sotto le stelle in montagna, le cene, le braciolate, le risate libere e spensierate. Tutto cancellato. Tutto sepolto sotto tonnellate di detriti causati dalla negligenza altrui.
Ma il compito più devastante doveva ancora arrivare. Dovevo avvisare i genitori. Pino, sua moglie e l’amico Antonio si erano messi in auto e stavano viaggiando disperatamente verso Genova. Non esistono parole adatte per dare una notizia del genere. Non ci sono frasi di circostanza che tengano, i dizionari si svuotano di fronte alla morte di un figlio. Eppure, quel gravoso, disumano compito toccava a me. Non potevano tirarmi indietro, dovevo farlo per rispetto del mio amico.
Pino non era raggiungibile al telefono, così chiamai Antonio, che era alla guida: “Antonio, ciao, puoi parlare senza mettere il viva-voce?”. Ma quel “Sì” soffocato di Antonio non bastò. Nell’abitacolo della vettura si gelò l’aria. I genitori capirono immediatamente, prima ancora che le parole uscissero dalla mia bocca. Ricordo come fosse ieri quel pianto disperato, straziante, che esplose dall’altra parte del filo. Un pianto che mi risuona nelle orecchie ancora oggi, ogni singola notte. Ho voluto raccontare questo spezzone privato, chiedendone il consenso al caro amico, non per mero esibizionismo, ma affinché chi legge possa immedesimarsi davvero in ciò che si prova in un simile momento.
A tutt’oggi, giustamente, Pino e la sua famiglia non hanno mai smesso di chiedere verità e giustizia per la perdita del figlio, così come, d’altra parte, stanno facendo tutti i familiari delle 43 vittime. Combattono ogni giorno, ormai da otto lunghi anni, affinché quello che è successo a Luigi non possa mai più accadere a nessuno.
Domani, giovedì 16 luglio 2026, nell’aula del Tribunale di Genova si gioca una partita decisiva per la dignità di questo Paese. È il giorno della tanto attesa sentenza di primo grado del maxiprocesso per il crollo del Ponte Morandi. Cinquantasette imputati si trovano alla sbarra per rispondere di reati infamanti: disastro colposo, omicidio colposo plurimo e omicidio stradale. La Procura ha chiesto complessivamente circa 400 anni di reclusione. Una cifra monumentale, eppure drammaticamente insufficiente se paragonata al peso insostenibile del vuoto che questi individui hanno lasciato.
Questa mattina, ascoltando i notiziari, una notizia mi ha fatto letteralmente saltare i nervi: i vertici di Autostrade hanno chiesto scusa. Sì, avete capito bene. Scuse che arrivano dopo otto lunghi anni di silenzi strategici e manovre processuali, arrivate solo ora, sotto lo spettro concreto delle condanne. È un insulto intollerabile. Dove erano le vostre scuse mentre incassavate dividendi miliardari pur sapendo che quel ponte era a rischio? I responsabili, accecati dal lucro, hanno distrutto 43 famiglie, senza contare gli sfollati, i danni e i disagi correlati. A quanto ammonta il potere del “dio denaro”? Quanto valgono le vite umane? Non si dovrebbe mai, mai lucrare sulla sicurezza dei lavoratori e dei cittadini.
La verità è che siamo di fronte a una costante drammatica del nostro Paese. L’improvviso aumento dei controlli nei viadotti, nelle gallerie e nei tratti sensibili è scattato solo dopo l’immane tragedia. Siamo alle solite: in Italia bisogna sempre aspettare le tragedie per risolvere i problemi? Il Ponte Morandi non è che uno degli esempi.
Adesso aspettiamo la giustizia, augurandoci con tutto il cuore che sia tale. La storia c’insegna che spesso i maxiprocessi si sgonfiano fino ad arrivare al terzo grado di giudizio con un vergognoso “liberi tutti”. Non lo accetteremo questa volta. Impareremo mai dagli errori del passato?
In quella maledetta giornata persero la vita:
- Artus-Bastit Mélissa, 21 anni
- Battiloro Giovanni, 29 anni
- Bellasio Emanuele, 16 anni
- Bellasio Camilla, 12 anni
- Bello Francesco, 42 anni
- Bertonati Matteo, 26 anni
- Boccia Stella, 24 anni
- Bokrin Admir, 31 anni
- Bottaro Giovanna, 43 anni
- Bozzo Elisa, 33 anni
- Campora Alessandro, 55 anni
- Casagrande Bruno, 57 anni
- Cecala Christian, 43 anni
- Cecala Crystal Dyana, 9 anni
- Cerulli Andrea, 47 anni
- Danisi Marta, 29 anni
- Diaz Henao Henry, 38 anni
- Djerri Marius, 22 anni
- Donaggio Giorgio, 57 anni
- Esposito Gerardo, 26 anni
- Erazo Trujillo Carlos Jesus, 27 anni
- Fanfani Alberto, 32 anni
- Figueroa Carrasco Juan Ruben, 59 anni
- Gusman Nathan, 20 anni
- Licata Vincenzo, 57 anni
- Malai Anatoli, 44 anni
- Matti Altadonna Luigi, 34 anni
- Munroe Dawna, 42 anni
- Pastenes Juan Carlos, 64 anni
- Piccinino Ersilia, 41 anni
- Plaze Axelle Nemati Alizè, 20 anni
- Possetti Claudia, 47 anni
- Pouzadoux William, 22 anni
- Rivera Castillo Leyla Nora, 47 anni
- Robbiano Roberto, 41 anni
- Robbiano Samuele, 7 anni
- Robotti Alessandro, 50 anni
- Roşca Marian, 36 anni
- Sarnataro Gennaro, 43 anni
- Stanzione Antonio, 26 anni
- Vicini Mirko, 30 anni
- Vittone Andrea, 49 anni
- Zerilli Angela, 57 anni
Pretendiamo una condanna che rimanga scolpita nella storia. Domani non accetteremo sconti. Lo dobbiamo a Luigi, alle altre 42 anime volate via e a tutti noi, affinché una simile tragedia non possa mai più accadere.

