A Paolo, Agostino, Claudio, Eddie Walter, Emanuela, Vincenzo Fabio.

Ogni anno, da ormai trentaquattro anni, il 19 luglio riapre ferite mai rimarginate. All’orizzonte non si vedono ancora i margini di una reale cicatrizzazione, nonostante il costante impegno di chi, indagando sulle stragi del 1992, è riuscito a descrivere la brutale realtà di quei giorni terribili.

È bene ribadirlo con forza, in quei mesi perirono i magistrati Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo con gli agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. La sorte risparmiò l’autista specializzato Giuseppe Costanza e gli agenti Angelo Corbo, Paolo Capuzza e il caposcorta Gaspare Cervello.

Soltanto cinquantasette giorni dopo, in via Mariano d’Amelio, trovarono la morte il giudice Paolo Borsellino e gli agenti Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Fabio Li Muli e Claudio Traina. In quel secondo inferno, la sorte risparmiò solo l’agente Antonio Vullo.

Bisogna ricordare sempre questi nomi. La memoria non deve perdersi nei meandri del tempo, impedendo che le vittime e i sopravvissuti vadano a riempire inesorabilmente il lungo elenco dei cosiddetti “dimenticati”.

Il 19 luglio si è svolta a Palermo la commemorazione di questo trentaquattresimo anniversario della strage. È un momento al quale ho sempre partecipato di persona, ma che in questa edizione mi ha visto assente per motivi di salute. Quest’anno non ero fisicamente a Palermo, è vero, ma la distanza chilometrica non mi ha impedito di essere ugualmente lì. Seguendo la diretta streaming, con il cuore e con l’anima io ero esattamente sul posto: a fianco di Salvatore Borsellino e insieme alle centinaia di Agende Rosse giunte da tutta Italia.

L’edizione di quest’anno ha registrato particolari criticità riguardo alla verità che taluni intendono riscrivere, tentando di alterare le reali motivazioni che causarono morte e distruzione. Sento quindi il dovere di ribadire alcune informazioni trasparenti, affinché chiunque legga possa liberamente valutare e formarsi un’idea propria sui fatti.

L’ombra della Trattativa e le tutele del Decreto Sicurezza

L’impianto accusatorio originario – elaborato dai magistrati Antonino Di Matteo, Vittorio Teresi, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia in rappresentanza della Procura della Repubblica di Palermo – dimostrò la collusione tra una parte deviata dello Stato e la feccia mafiosa. Quell’impianto portò alle condanne in primo grado degli imputati per la cosiddetta “Trattativa Stato-mafia”. È vero che nei successivi gradi di giudizio la Corte di Cassazione, il 27 aprile 2023, ha ribaltato le condanne sancendo l’assoluzione definitiva degli imputati storici perché il fatto non costituisce reato o per non aver commesso il fatto. Bisogna però ricordare che in secondo grado l’assunto storico ha comunque retto: la trattativa ci fu, ma venne motivata da ragioni definite “di Stato”. Lo Stato, in parole povere, ha scelto di non condannare sé stesso.

Questa dinamica appare oggi come una preoccupante “liberatoria” anticipata rispetto a quanto recentemente approvato con l’articolo 31 del Decreto Sicurezza (divenuto legge DDL n. 80). La norma introduce una forte estensione delle garanzie funzionali – ovvero delle cause di giustificazione e scriminanti – per gli agenti dei servizi segreti under cover. L’impianto e le relative critiche giuridiche si articolano su tre punti principali:

  • Infiltrazione e direzione di gruppi eversivi: La legge unifica le scriminanti già previste dai decreti antiterrorismo. Viene inserita la possibilità per gli agenti sotto copertura di partecipare, organizzare e persino dirigere associazioni con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico, allo scopo dichiarato di disarticolare le reti sovversive dall’interno.
  • Fabbricazione e detenzione di armi ed esplosivi: Tra le condotte protette da impunità penale rientrano anche la detenzione, il trasporto e il commercio simulato di armi, munizioni e materie esplodenti all’interno di operazioni autorizzate.
  • Il meccanismo di autorizzazione profonda: Per essere esenti da responsabilità, gli agenti devono ricevere una previa autorizzazione scritta dal Presidente del Consiglio dei Ministri o dall’Autorità delegata per la sicurezza.

Pur essendoci i cosiddetti “limiti invalicabili” (il divieto tassativo di compiere stragi, omicidi o atti di tortura), le polemiche sollevate evidenziano un rischio democratico enorme: l’agente infiltrato non si limita più a osservare l’attività criminale, ma può trasformarsi in “agente provocatore”, promuovendo o alimentando organizzazioni eversive che senza l’intervento dello Stato non sarebbero mai nate. Inoltre, la tutela del segreto di Stato rischia di rendere totalmente opache le indagini della magistratura qualora si verifichino reati di grave entità durante tali operazioni.

Le verità di Agnese Borsellino contro le tesi di comodo

Che piaccia o meno, le indagini e le testimonianze hanno dimostrato che l’eliminazione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non fu opera esclusiva della sola mafia tradizionale. L’esplosivo utilizzato, la strategia d’attacco e la logistica militare impiegata richiedevano competenze estranee ai vertici di Cosa Nostra. Paolo Borsellino, indagando sul massacro di Capaci, scoprì elementi di importanza cruciale che annotava fedelmente sulla sua Agenda Rossa.

Le confidenze fatte alla moglie, la signora Agnese Piraino Leto in Borsellino, rimangono un perno insostituibile nei dibattimenti giudiziari. Nel corso dei processi, la Signora ha raccontato i drammatici cinquantasette giorni vissuti dal marito dopo Capaci, rivelando dettagli agghiaccianti. Paolo Borsellino le confidò di essere a conoscenza di un’interlocuzione in corso fra la mafia e apparati infedeli dello Stato. Agnese testimoniò il malessere fisico del giudice, colto da conati di vomito di fronte a quel tradimento, poiché considerava le istituzioni e l’Arma dei Carabinieri come entità sacre. Riferì che il magistrato, dopo un viaggio a Roma nel giugno del 1992, le disse espressamente di aver “visto la morte in faccia”, specificando che dietro al suo imminente omicidio non ci sarebbe stata solo la mafia, ma altre menti e altre motivazioni. Infine, confermò la sparizione sistematica dell’Agenda Rossa subito dopo l’attentato. Le memorie di Agnese Borsellino sono depositate agli atti del processo Trattativa Stato-mafia e nei procedimenti “Borsellino quater”, le cui udienze e trascrizioni sono consultabili pubblicamente grazie ai preziosi archivi storici di Radio Radicale e agli speciali televisivi storici come quelli di Rai Play.

Oggi, di fronte a questo quadro monumentale, assistiamo al ripescaggio di una fantasmagorica pista “mafia e appalti”, presentata da taluni come l’unica e risolutiva verità. Alla luce della storia, come si fa a non ipotizzare – da comune cittadino che si informa – che si tratti dell’ennesimo tentativo di deviazione dalle reali motivazioni delle stragi? In virtù dell’articolo 21 della nostra Costituzione, io mi pongo queste domande e pretendo risposte soddisfacenti. Non credo alle storie dei pescatori dove un’acciuga pescata diventa un pesce spada dopo tre passaggi di bocca in bocca. Non mi basta la narrazione propinata da organi di stampa fin troppo compiacenti, specialmente se ricordiamo che l’Italia si colloca drammaticamente al 56° posto nel mondo per la libertà di stampa.

La dignità del Popolo delle Agende Rosse e la via del riscatto

In questo scenario si colloca il dolore indomito di Salvatore Borsellino, fratello del magistrato, che aspetta da trentaquattro anni una verità reale. A un fratello non si può chiedere di tacere o di limitarsi a frasi di circostanza. Salvatore ha il pieno DIRITTO di arrabbiarsi e di criticare tutto ciò che ferisce la memoria del fratello, sostenuto dal popolo intero delle Agende Rosse. Abbiamo la sacrosanta libertà di respingere le passerelle politiche e impedire che gli “avvoltoi” usino via d’Amelio e l’Ulivo della Pace come palcoscenici elettorali. Non serviranno a zittirci le intimidazioni o le querele di parte intentate contro giornalisti indipendenti, avvocati o semplici cittadini colpevoli solo di non voler abbassare la testa e pensare agli affari propri.

La stessa pretesa di verità accomuna tutti i sopravvissuti e i familiari delle vittime: da Brizio Montinaro a Tiziana Li Muli, Victoria De Lisi, Susanne Oriana Cosina, Pina Catalano, Luciano Traina, Maria Claudia Loi, Emanuela Loi, (nipote di Emanuela caduta in servizio), senza escludere nessuno.

L’ex magistrato Roberto Scarpinato ha ricordato un fatto senza precedenti accaduto nella storia repubblicana: il 21 luglio 1992, durante i funerali dei cinque agenti di scorta nella Cattedrale di Palermo, una folla immensa ruppe i cordoni di sicurezza, inveendo contro i rappresentanti dello Stato al grido di “ASSASSINI!”. Quella ribellione del popolo non si è mai spenta, non si è assopita e continua ancora oggi. Non dimentichiamo che la famiglia Borsellino scelse di rifiutare i funerali di Stato, preferendo una cerimonia strettamente privata.

Il saluto non programmato di Antonino Di Matteo a tutti i cittadini arrivati da ogni angolo d’Italia è stato un momento toccante. Questi cittadini rappresentano la speranza viva, in un momento storico in cui la ricerca della verità completa si è allontanata a causa di scelte politiche in palese controtendenza, che purtroppo condizionano persino i lavori della Commissione Parlamentare Antimafia. Si assiste al tentativo di ignorare che tutte le stragi, comprese quelle del 1993, hanno visto muoversi i medesimi protagonisti, come i fratelli Graviano. Assistiamo all’isolamento e alla delegittimazione sistematica di quei magistrati che vorrebbero approfondire piste investigative scomode. Gli ostacoli istituzionali subiti da Roberto Scarpinato in Commissione o le pressioni esercitate per affossare la nomina di Sebastiano Ardita a Procuratore aggiunto presso la Procura Nazionale Antimafia ne sono la prova lampante. La storia della mancata nomina di Giovanni Falcone alla guida dell’Ufficio Istruzione di Palermo, purtroppo, non ha insegnato nulla.

Il Capo dello Stato ha oggi il dovere morale di spingere per approfondire i punti oscuri di questa allucinante vicenda. Una pulizia profonda dentro le istituzioni è necessaria, perché il popolo italiano la merita.

Voci di resistenza e solidarietà

Durante la manifestazione, voci importanti hanno scosso le coscienze. Lorenzo Baldo, vicedirettore di Antimafia2000, oltre a concordare pienamente con le parole del Dottor Nino Di Matteo, ha allargato lo sguardo ricordando l’immane strage che si sta consumando in Palestina e ha voluto rimarcare l’importanza del sostegno e della solidarietà a giornalisti indipendenti sotto attacco, come Sigfrido Ranucci e la sua squadra di Report.

La ricerca della verità non si ferma, continua più forte di prima. Lo hanno dimostrato i fantastici ragazzi di Our Voice e lo ha dimostrato la nostra bravissima Silvia Navone, responsabile del gruppo giovani del movimento Ligure. La sua lettura del testo “Giudice Paolo” di Marilena Monti ha saputo emozionare e commuovere l’intera piazza, portando sul palco la freschezza e la determinazione delle nuove generazioni che non intendono arrendersi al silenzio. Per chiunque avesse perso la diretta di questi momenti straordinari, è possibile riguardare l’intero evento in differita al seguente link: Diretta Commemorazione Via d’Amelio su YouTube.

Come Movimento delle Agende Rosse, continueremo a essere sentinelle inamovibili: la nostra non è rassegnazione, ma una profonda, incrollabile certezza che, grazie all’impegno della cittadinanza attiva e dei magistrati onesti, un giorno la verità totale illuminerà via d’Amelio. Perché in quella piazza, in quelle idee e in quella sete di giustizia, ci siamo tutti noi.

Anch’io mi chiamo Nino Di Matteo!
Anch’io sono Salvatore Borsellino!

Giuseppe Carbone
Presidente coordinatore del Movimento delle Agende Rosse Liguria
Gruppo “Falcone – Borsellino”