C’è un filo invisibile, intriso di sangue e lacrime, che unisce il destino di due donne straordinarie. Un filo che la criminalità organizzata ha cercato in ogni modo di spezzare, senza fare i conti con la forza invincibile della dignità.
La storia che stiamo raccontando è una ferita aperta nel cuore dell’Italia, una parabola tragica iniziata molti anni fa con l’eroismo solitario di Lea Garofalo.
Lea, una coraggiosissima donna calabrese, ebbe la sfortuna di nascere a Petilia Policastro. Crebbe in una famiglia crivellata dalle logiche feroci della ’ndrangheta, dove il padre fu ucciso in una faida quando lei era piccolissima, e il fratello Floriano subì lo stesso destino dopo essere stato capo clan della zona.
Cercando una via di fuga da quell’ambiente soffocante, a soli 14 anni Lea credette di trovare l’amore e la libertà in un altro uomo, Carlo Cosco. Non poteva sapere, in quella sua ingenuità adolescenziale, che quell’unione, per Carlo, faceva parte di una precisa strategia criminale: creare un’alleanza di sangue tra cosche rivali per incrementare potere, controllo e affari anche nel Nord Italia.
Ma da quell’inferno nacque l’unica vera luce della sua vita: sua figlia Denise.
È per lei, per strapparla a un destino già tragicamente segnato dalle leggi non scritte del malaffare, che Lea trovò una forza sovrumana. Decise di diventare testimone di giustizia, portando alla luce il vero valore di una terra meravigliosa e violentata come la Calabria:
Il coraggio del riscatto. Un coraggio pagato a prezzo della vita. Nel novembre del 2009, attirata in un agguato mortale a Milano, Lea venne martoriata e uccisa da chi avrebbe dovuto amarla. I suoi poveri resti, bruciati e nascosti in un tombino della Brianza, ricevettero l’ultimo abbraccio della società civile solo nell’ottobre del 2013, durante i funerali di Stato celebrati in una Milano attonita.
Oggi, le cronache giudiziarie tornano a sanguinare. Ci sbattono in faccia una notizia devastante: la morte di Denise Cosco a soli 35 anni. La stessa identica età di sua madre quando venne assassinata. I giornali parlano di “suicidio”.
Suicidata? Chi può crederci davvero?
Denise aveva ereditato lo stesso Dna di ferro di sua madre. Abbiamo ancora negli occhi le immagini di quella ragazza che, nell’aula di un tribunale, guardava in faccia gli assassini di sua madre chiusi nella gabbia dei detenuti. Puntava il dito contro di loro, senza abbassare lo sguardo. Ebbe la forza inaudita di definire suo padre un boss, una bestia, un assassino, girandogli le spalle persino durante i colloqui forzati in carcere.
Denise viveva sotto copertura ad Ariccia con una nuova identità. Aveva un compagno, un bambino splendido di soli 4 anni, la speranza concreta di un’altra vita finalmente libera dall’ombra del passato.
Perché una donna così forte, una madre che conosceva il valore del sacrificio fatto da Lea per salvarla, avrebbe dovuto arrendersi proprio ora?
Io non ci credo. E la nostra comunità non può e non deve crederci ciecamente.
Davanti a questa immane tragedia pretendiamo la verità. La Procura di Velletri ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio ed è per questo che dobbiamo stringerci attorno alla Magistratura.
Riponiamo la massima fiducia nel lavoro degli inquirenti, affinché conducano le indagini con assoluta indipendenza, rigore metodologico e, soprattutto, con lo stesso coraggio che ha contraddistinto la vita di queste due donne.
Lo Stato deve dimostrare di essere più forte del silenzio.
Comunque siano andati i fatti su quel balcone, una cosa resta drammaticamente certa: Denise è stata uccisa dalla ’ndrangheta. Se non materialmente, forse, lo è stata nell’anima, schiacciata dal peso insostenibile di una minaccia fantasma che dura da tutta la vita. La criminalità organizzata si nutre di una regola arcaica e spietata:
“Domanda aundi e mai pecchì” (Chiedi dove sia successo, ma mai il perché).
Davanti alla morte violenta impongono il silenzio, perché per loro una “giustificazione” interna esiste sempre. La ’ndrangheta non dimentica, non perdona e non fa scadere le sue condanne; aspetta nell’ombra, colpisce quando tutto tace e quando la vittima pensa di aver finalmente trovato la pace.
Hanno spento il sorriso di Denise, ma il suo coraggio non morirà mai. La vigliaccheria delle mafie rimarrà una macchia indelebile nella storia, ma la nostra risposta non può essere l’indifferenza.
Come ricordava profeticamente Paolo Borsellino:
“La lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.”
Questo dramma non è una questione privata. La lotta ai clan appartiene a ognuno di noi: è un dovere civico che deve abitare nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nelle istituzioni e nelle piazze. Attività che, come Movimento delle Agende Rosse Liguria portiamo avanti con tenacia ed orgoglio. Voltarsi dall’altra parte significa cancellare il sacrificio di Lea, significa lasciare sola Denise per la seconda volta.
Chi tace, chi si gira dall’altra parte, diventa complice del malaffare.
Noi scegliamo di non tacere. Per Lea, per Denise, per la giustizia.
Giuseppe Carbone
A.R. Liguria

