A Paolo, Agostino, Claudio, Eddie Walter, Emanuela, Vincenzo Fabio.

di Giuseppe Carbone

(A.R. Liguria – Gruppo “Falcone – Borsellino”)

Palermo, via Mariano D’Amelio, ore 16:58, domenica 19 luglio 1992.
Palermo, via Mariano D’Amelio, ore 16:58, domenica 19 luglio 2026.

Stesso minuto. Stessa polvere. Stessa ferita spalancata nel cuore di un’intera nazione. Sono passati trentaquattro anni da quel boato infernale che ha spezzato la vita del giudice Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Fabio Li Muli e Claudio Traina. Trentaquattro anni in cui il tempo sembra essersi congelato dentro una pozzanghera di fango e misteri. Unico sopravvissuto all’inferno fu Antonio Vullo, che ancora oggi, ogni singola notte, si sveglia di soprassalto con quell’esplosione nelle orecchie e l’odore del tritolo nei polmoni.

Appena cinquantasette giorni prima, sull’autostrada di Capaci, davanti all’Isola delle Femmine, la mafia e i suoi complici occulti avevano già massacrato Giovanni Falcone – l’uomo che Paolo considerava un fratello –, sua moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato, e gli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. La sorte scelse di salvare l’autista Peppino Costanza e gli agenti Angelo Corbo, Paolo Capuzza ed il caposcorta Gaspare Cervello. Morti e sopravvissuti. Eppure, in un Paese che troppo spesso dimentica, tutti loro sono rimasti, in qualche modo, “vivi, ma morti dentro”. Feriti da un’indifferenza istituzionale che fa più male delle bombe.

Noi siamo il Movimento delle Agende Rosse, fondato da Salvatore Borsellino, fratello di Paolo. Noi non dimentichiamo. Non possiamo e non vogliamo farlo. Ricordiamo e costringiamo a ricordare. Facciamo memoria viva, scontrandoci contro le testimonianze “costruite” a tavolino e i vergognosi depistaggi che, ancora oggi, continuano a inquinare i palazzi del potere.

La verità è che non tutti conoscono le dinamiche sporche di queste stragi. Molti ignorano i documenti sottratti a Giovanni Falcone subito dopo la sua morte. Pochi sanno del rullino fotografico “sequestrato” – o per meglio dire rubato – ad Antonio Vasallo, il primo fotografo giunto sull’autostrada squarciata di Capaci, che aveva immortalato scene e volti che nessuno avrebbe mai dovuto vedere. E quanti sanno davvero del furto dell’Agenda Rossa di Paolo, sparita dalla sua borsa, rubata da infedeli traditori sotto gli occhi di altri uomini dello Stato? Solo grazie alla ricostruzione certosina e monumentale di Angelo Garavaglia Fragetta, cofondatore del nostro Movimento, oggi abbiamo prove visive di quel tradimento.

Mentre i depistatori di ieri e di oggi tentano di riscrivere la storia con fantasiose e ridicole ricostruzioni, ci siamo noi. Volontari dal cuore rosso. Sentinelle di una memoria che non si spegnerà finché non ci sarà piena giustizia. In Liguria, insieme al direttivo regionale, mi sono assunto l’onore e l’onere di questa battaglia. Gridiamo e diffondiamo le parole dei sopravvissuti e dei familiari delle vittime, gli unici veri testimoni del dolore e della verità.

È un’assurdità dolorosa che, a distanza di trentaquattro anni, ci sia ancora bisogno di lottare per l’ovvio. L’Italia arranca al 56° posto nel mondo per libertà di stampa, e questo silenzio mediatico non è un caso. Chi sono i traditori che hanno interesse a mettere tutto a tacere? La regia occulta che ha protetto i responsabili delle stragi in Italia è specializzata nel far sparire le tracce. Via dei Georgofili a Firenze, la Stazione di Bologna, il Rapido 904, l’Italicus, Ustica, Piazza Fontana. Un elenco di sangue troppo lungo, un filo nero che unisce i misteri d’Italia.

Dobbiamo informare. Dobbiamo strappare i cittadini dall’oblio dell’ignoranza. Un popolo ignorante si governa facilmente, un popolo edotto e consapevole fa paura ai potenti. Per questo è fondamentale leggere, studiare, capire. Libri come Il patto sporco, Collusi o Il colpo di spugna del magistrato Antonino Di Matteo, che è riuscito a dimostrare e far condannare la trattativa Stato-mafia, prima che i colpi di spugna dei “poteri forti” insabbiassero e modificassero le norme a proprio piacimento. Antonino Di Matteo è un uomo che la politica e i depistatori cercano maldestramente di delegittimare ogni giorno.

O ancora, il libro La strategia parallela del Generale Michele Riccio, per comprendere gli ultimi quarant’anni di storia criminale che i libri di scuola censurano.

La vecchia e terribile teoria del “destabilizzare per stabilizzare” è purtroppo ancora attuale. Quanti anni dovranno passare ancora? Il contrasto alle mafie non può essere delegato a pochi eroi solitari. Sostenere magistrati in prima linea come Nino Di Matteo, Nicola Gratteri, Annamaria Frustaci e tutti i tutori della legge è un dovere morale collettivo. Nessuno può ritenersi escluso.

Il 19 luglio “Palermo chiama Italia”, ma rifiutiamo le passerelle politiche dei professionisti dell’antimafia di facciata. Chi può, vada in via D’Amelio. Vada ad ascoltare il silenzio di quell’albero di ulivo. Ne ritornerà con un cuore nuovo, un cuore rosso nel petto.

Pensavano di seppellirli, ma non sapevano che erano semi. Da quei semi sono nati fiori splendidi che contrastano il puzzo del compromesso. Paolo Borsellino diceva: “La lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”.

Via D’Amelio è di tutti noi. C’è un altro aforisma di Paolo che ho fatto mio: “Un giorno questa terra sarà bellissima”. Forse i miei occhi non faranno in tempo a vederla questa terra come la sogno; ma sarò felice se le nuove generazioni potranno finalmente gustarla. I loro occhi liberi saranno i miei occhi.