Il Ruggito del Leone
In questi giorni di profondo sconcerto e di acceso dibattito pubblico, c’è una parola che risuona con l’urgenza di un allarme democratico: libertà di stampa. Gli eventi recenti, che hanno investito Sigfrido Ranucci e l’intera redazione di Report, non sono semplicemente un caso televisivo o l’ennesimo avvicendamento nei palinsesti del servizio pubblico. Sono il sintomo di un terremoto politico e culturale che costringe ognuno di noi a fermarsi, a riflettere e, soprattutto, a schierarsi. Quando si spegne, o si spinge al silenzio, una voce come quella di Report, non si chiude solo un programma: si oscura una finestra sulla verità.
Sigfrido Ranucci non è un conduttore improvvisato, né il prodotto di stagioni televisive effimere. È un giornalista straordinario, un uomo che ha edificato la propria autorevolezza attraverso una gavetta esemplare, fatta di polvere, archivi e minacce affrontate a viso aperto. Quasi quarant’anni di giornalismo militante e rigoroso, di cui trentasei spesi all’interno della Rai. Ha ricoperto ogni ruolo con l’umiltà dell’artigiano e il coraggio del cronista: assistente ai programmi, regista, inviato nelle zone più calde dello scacchiere internazionale. Per ben dieci anni ha lavorato fianco a fianco con Milena Gabanelli, ereditando poi il timone di una corazzata dell’inchiesta grazie a una serie di scoop storici. Fu lui, non dimentichiamolo, a ritrovare e riportare alla luce quell’intervista “smarrita” di Paolo Borsellino, un documento fondamentale per la memoria storica del nostro Paese. Con la sua conduzione, Report è arrivato a sfiorare, come nessun altro prima, i nodi più oscuri e i segreti inconfessabili della strage di via D’Amelio.
Viene allora da chiedersi, con legittima e rabbiosa franchezza: a chi dà fastidio Sigfrido Ranucci? La risposta è scritta nella storia stessa delle sue inchieste. Dà fastidio a un potere che preferisce l’ombra alla luce, il silenzio al computo dei fatti. Ranucci è un uomo coraggioso e leale, doti rare che in contesti degradati diventano colpe, tanto da renderlo talvolta vulnerabile ai colpi bassi di finti amici e di consorterie trasversali. È un uomo profondamente amato dagli italiani, ma visceralmente odiato e temuto da quella parte della politica collusa, corrotta e opaca. A quel mondo che lucra sul silenzio, Sigfrido e la sua redazione non hanno mai concesso tregua, andando avanti senza piegarsi davanti a intimidazioni, querele temerarie o tentativi di ricatto.
Chi scrive ha seguito ogni singola puntata di Report. Quelle che sfuggivano in diretta le recuperavo in replica, molte le ho registrate e custodite come un archivio della coscienza civile italiana. In quella trasmissione, e solo in poche altre, ho visto i soldi pubblici del nostro canone spesi nel modo più nobile possibile. Quel canone che i governi di turno, di qualsiasi colore politico, farebbero bene a chiamare con il suo vero nome storico e tecnico: “Tassa di possesso dell’apparecchio TV”, anziché mascherarlo per fini propagandistici.
Quei fondi servono a garantire l’indipendenza, non a finanziare il consenso di chi governa.
Oggi, le logiche spartitorie che vorrebbero fagocitare la cosa pubblica hanno colto la palla al balzo. Attraverso pressioni e isolamento, si è creato un clima insostenibile che ha di fatto reso impossibile la prosecuzione della più bella, libera e pulita trasmissione della televisione italiana, un baluardo che è sempre rimasto orgogliosamente estraneo al dilagante trash televisivo e all’intrattenimento anestetizzante. Il segnale inviato al Paese è devastante. Non è un caso se l’Italia è drammaticamente scivolata al 56° posto (su 180 Paesi) nel World Press Freedom Index 2026 di Reporter Senza Frontiere (RSF), perdendo ben sette posizioni rispetto all’anno precedente.
Dove vogliono portare il giornalismo d’inchiesta le spinte censorie di questo Paese? Verso il centesimo posto? O dobbiamo rassegnarci a scivolare direttamente all’ultimo gradino, accanto ai regimi totalitari?
Di fronte a questo soffocamento, la redazione di Report ha risposto con un gesto di dignità immensa: le dimissioni in blocco. Un atto libero, coraggioso e collettivo di solidarietà ammirevole, che si scontra dolorosamente con il cinismo di chi, dietro le quinte del potere, cavalca queste crisi per imporre logiche di omologazione e occupare spazi di libertà con una narrazione addomesticata. Sia chiara una cosa: se Report viene snaturato, il suo nome va cancellato. Usando una metafora calcistica, la maglia di Report va ritirata. Quel nome appartiene a una storia irripetibile; lasciarlo in mano a dinamiche di pura sostituzione dell’informazione indipendente sarebbe un insulto all’intelligenza degli spettatori.
La madre di tutte le battaglie resta la governance della RAI. Il servizio pubblico deve essere urgentemente liberato dall’invasione e dal dominio dei partiti politici, di qualunque colore o natura essi siano. La Rai deve tornare a essere un palinsesto libero e indipendente, dove i dirigenti e i giornalisti lavorano per merito, competenza e autonomia, e non per spartizioni correntizie o equilibri firmati dal potente di turno. In Rai si spendono soldi pubblici, tanti soldi, i nostri soldi. E quei soldi devono finanziare la ricerca della verità, non la propaganda di palazzo.
Resistere alla pressione asfissiante della politica, come ha sempre fatto la squadra di Ranucci, è un’arte complessa che si impara solo sul campo, con la schiena dritta e il senso dello Stato. Non tutti sono in grado di farlo. Molti preferiscono i corridoi accomodanti del conformismo; Sigfrido ha sempre scelto la strada.
Domenica sera, 30 agosto 2026, mi trovavo a Florinas, in provincia di Sassari, per l’evento “Florinas in giallo” dove presentavo il libro “Negli occhi di Giovanni, storia di un ragazzo di Capaci” di Fabrizio Silei e Antonio Vassallo.
Gli organizzatori, a cui va il mio plauso per la straordinaria gestione, hanno avuto il merito e il coraggio di invitare anche Sigfrido Ranucci tra gli ospiti d’onore. Più di tremila persone si sono radunate, un oceano di sguardi e di mani che hanno applaudito il giornalista con un calore commovente, vibrante, autentico. Un tributo che non è isolato, ma che si ripete in ogni piazza d’Italia in cui lui si trovi a passare.
Io ero lì. Ho avuto il privilegio di incontrarlo, di stringerlo in un abbraccio forte che conteneva la gratitudine di migliaia di cittadini e abbiamo parlato a lungo prima di salutarci.
Vi assicuro, guardandolo negli occhi, che Sigfrido non molla di un millimetro. Il “ruggito” del leone che ha dentro è intatto, potente e la sua fermezza è la migliore rassicurazione per tutte le persone che lo stimano e gli vogliono bene.
Non c’è rassegnazione nel suo sguardo, ma la fiera consapevolezza di chi sa di essere dalla parte giusta della storia.
Tutto il Paese è giustamente in fermento. Su tutto il territorio nazionale si stanno organizzando sit-in spontanei e presidi permanenti davanti alle sedi Rai.
Invito chiunque legga queste righe a cercare sul web l’iniziativa più vicina e a parteciparvi. Non possiamo stare a guardare.
Esprimo la mia totale, incondizionata e affettuosa solidarietà a Sigfrido Ranucci e a tutti i suoi collaboratori.
Se la libertà di stampa è in pericolo, è in pericolo la democrazia stessa di un popolo e di una nazione. Non possiamo permetterci il lusso dell’indifferenza, né possiamo limitarci a guardare sdegnati dalla finestra mentre si indeboliscono i diritti civili.
Utilizzando tutti i mezzi che la nostra Carta Costituzionale ci garantisce, e nel pieno rispetto delle leggi, abbiamo il dovere morale di far sentire la nostra voce, di riempire le piazze, di pretendere risposte. La libera opinione e la libertà di pensiero sono i pilastri protetti dall’articolo 21 della nostra Costituzione. Il principio cardine recita: “Tutti hanno il diritto di manifestare il proprio pensiero liberamente con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”, e specifica che “la stampa non può essere soggetta a censure o autorizzazioni preventive”.
Difendere Ranucci oggi significa difendere quell’articolo. Significa difendere noi stessi, il nostro diritto di sapere e la nostra dignità di cittadini liberi.
Noi non staremo in silenzio.
Giuseppe Carbone
A.R. Liguria



Tutte le iniziative popolari che verranno organizzate ci trovino, nel modo più pieno possibile, presenti.
Ranucci ha sempre lavorato per il popolo. Ora il popolo deve impegnarsi per lui.
La libertà di stampa è intoccabile. Non mancano mezzi di confronto democratico e repliche. A chi giova la defenestrazione del giornalista Ranucci? È chiaro a un anno dalle elezioni politiche. A me non piace la gente che grida con le mani ai fianchi e chi chiede i pieni poteri.