A Paolo, Agostino, Claudio, Eddie Walter, Emanuela, Vincenzo Fabio.

Ci sono parole che non possono e non devono essere tiepide. Quando si parla di Magistrati impegnati ogni giorno nella lotta alle mafie, le parole devono essere chiare: solidarietà incondizionata, sostegno pieno, riconoscenza profonda.

Il Movimento delle Agende Rosse Liguria, gruppo “Falcone Borsellino”, sente il dovere morale e civile di esprimere la propria vicinanza a tutti i Magistrati che, in Italia, portano avanti con rigore, coraggio e fedeltà alla Costituzione, una battaglia difficilissima contro i poteri criminali mafiosi. Una battaglia che non si combatte nei convegni o nelle dichiarazioni di circostanza, ma nelle aule di giustizia, negli uffici giudiziari, nelle indagini pazienti, nei processi complessi, nelle decisioni prese sotto pressione, nelle solitudini istituzionali e, troppo spesso, nelle minacce.

Il nostro pensiero va ai Magistrati più noti, che sono diventati simbolo di resistenza e di credibilità dello Stato. Nicola Gratteri, per il suo lavoro instancabile, per la lucidità con cui continua a denunciare la forza pervasiva delle mafie e per la fermezza con cui ha sempre rifiutato ogni compromesso. Antonino Di Matteo, che da anni vive sotto pesantissima protezione e rappresenta, per tanti cittadini onesti, un presidio di coerenza, memoria e verità. Sebastiano Ardita, magistrato da quando aveva 25 anni, ha iniziato come sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Catania, divenendo poi componente della Direzione distrettuale antimafia. Annamaria Frustaci, esempio di competenza, determinazione e senso dello Stato in territori ad alta densità mafiosa. E il ricordo commosso va a Giovanni Arena, in servizio alla Procura di Genova e recentemente scomparso, il cui impegno resta testimonianza di una magistratura seria, silenziosa e fedele al proprio compito.

L’esercito silenzioso della giustizia

Ma accanto ai nomi conosciuti, tanti dei quali già ospiti nei nostri eventi a Genova, che più facilmente raggiungono l’opinione pubblica, esiste un esercito civile di magistrati meno esposti mediaticamente e non per questo meno importanti. Sono donne e uomini che lavorano ogni giorno lontano dai riflettori, spesso in condizioni difficili, con carichi enormi di responsabilità, senza clamore e senza protezioni politiche o mediatiche. Magistrati che istruiscono fascicoli delicatissimi, che firmano provvedimenti scomodi, che studiano atti complessi fino a tarda notte, che sanno di poter toccare interessi enormi e per questo scelgono comunque di non piegarsi. A loro va la stessa, identica solidarietà. Forse ancora di più, perché il loro coraggio si consuma nel silenzio.

Dietro ogni magistrato minacciato non c’è soltanto una funzione dello Stato, c’è una persona. C’è una vita segnata da limitazioni che la maggior parte dei cittadini non conosce fino in fondo. C’è chi vive sotto scorta, chi sotto tutela, chi è costretto a cambiare abitudini, percorsi, luoghi, orari. C’è chi non può vivere pienamente la propria quotidianità, chi rinuncia alla spontaneità di una passeggiata, di una cena, di un film al cinema, di un momento familiare.

C’è chi è costretto a misurare ogni gesto, ogni spostamento, ogni singola esposizione pubblica. Accanto a loro ci sono le famiglie: compagni, compagne, figli e genitori che ne condividono paure, minacce, rinunce, tensioni e isolamento. Un carico emotivo enorme che pesa anche sulle forze dell’ordine – Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia Penitenziaria – e sui loro cari. Alla professionalità di questi agenti sono affidate le vite delle personalità protette; uomini e donne in divisa che accettano il rischio più alto e che, come la storia purtroppo ci ricorda, a volte non hanno più fatto ritorno a casa.

Questo spirito di sacrificio è qualcosa che molti non vedono, o non vogliono vedere. Non entra facilmente nei titoli, non si presta alla semplificazione, non produce audience quanto lo scontro urlato o la polemica del giorno. Eppure, è proprio lì che si misura la statura morale di chi serve lo Stato davvero: Nella costanza; nella disciplina; nella capacità di andare avanti sapendo di pagare un prezzo personale altissimo.

Troppo spesso la stampa e i grandi mezzi di informazione raccontano poco e male questo sacrificio. Le storie di questi magistrati, delle loro giornate blindate, delle loro scelte dolorose, delle conseguenze umane del loro lavoro, ricevono uno spazio insufficiente rispetto alla gravità del tema. Si preferisce talvolta il rumore alla profondità, la contrapposizione alla comprensione, il commento superficiale all’analisi seria. Il risultato è che una parte importante del Paese finisce per non percepire fino in fondo cosa significhi amministrare giustizia sotto minaccia mafiosa.

Il ruolo dell’informazione e della scuola

Nell’era del web, la società civile non ha più scusanti. Se un tempo – così come oggi – le informazioni venivano filtrate o deviate da editori compiacenti, oggi la stampa indipendente ha la forza di scrivere, parlare e informare senza catene. Dobbiamo renderci conto di una verità scomoda: un popolo ignorante si governa molto più facilmente di un popolo edotto.

In questo scenario, la scuola dovrebbe svolgere il ruolo più cruciale; eppure, il settore dell’istruzione continua a essere privato di investimenti strutturali e di retribuzioni adeguate al corpo docente. Per questo è necessario parlare, testimoniare, ricordare. Non per trasformare i magistrati in eroi astratti, ma per riconoscerne la concretezza del loro servizio.

Non sono figure retoriche: Sono servitori dello Stato che svolgono il proprio dovere in un contesto ostile, spesso sapendo di essere bersaglio di odio, delegittimazione, isolamento.

La solidarietà, allora, non può essere un gesto episodico o una formula rituale, ma deve diventare una scelta pubblica, costante, limpida; deve tradursi in vicinanza civile, in attenzione collettiva, in difesa della loro dignità personale e professionale.

Cosa spaventa davvero i clan

Le mafie temono, prima di tutto, due cose: la verità e la credibilità delle istituzioni quando queste agiscono senza cedimenti. Per questo colpiscono, minacciano, isolano e delegittimano. Lo hanno già fatto in passato con magistrati come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ma anche con giornalisti, forze dell’ordine, prefetti, sacerdoti, imprenditori e semplici cittadini.

Tantissime persone giuste – i cui nomi potrebbero riempire un elenco telefonico – che sono arrivate all’estremo sacrificio semplicemente per aver fatto il proprio dovere e per non essersi piegate. Per questo motivo le mafie tentano di insinuare paura e rassegnazione. Ogni magistrato che continua a lavorare con rigore contro le organizzazioni criminali rappresenta un ostacolo reale ai loro interessi. Ecco perché ogni cittadino, ogni associazione, ogni movimento che sceglie di stare apertamente dalla parte di quei Magistrati compie a sua volta un atto di responsabilità democratica.

Il Movimento delle Agende Rosse Liguria, gruppo “Falcone Borsellino”, rinnova dunque con forza il proprio sostegno a tutti i magistrati impegnati nella lotta alle mafie, senza distinzione tra nomi celebri e nomi poco conosciuti, tra volti esposti e volti silenziosi. Siamo al loro fianco quando vengono minacciati, quando vengono lasciati soli, quando vengono attaccati, quando il loro lavoro viene banalizzato o distorto. Siamo al loro fianco perché difendere chi combatte la mafia significa difendere la parte migliore della democrazia italiana.

Essere vicini a questi magistrati significa anche assumersi una responsabilità: non abituarsi mai. Non considerare normale che un servitore dello Stato debba vivere sotto scorta per avere fatto il proprio dovere. Non considerare inevitabile che una famiglia debba sacrificare serenità e libertà per colpa della violenza mafiosa. Non considerare accettabile il silenzio, l’indifferenza o, peggio ancora, la delegittimazione verso chi contrasta i poteri criminali.

La memoria di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non è un esercizio celebrativo, ma una consegna morale.

Quella memoria vive ogni volta che si sostiene concretamente chi oggi porta avanti il loro insegnamento nelle procure, nei tribunali, nei territori più difficili del Paese. Vive nei Magistrati conosciuti e in quelli ignoti al grande pubblico. Vive in chi non arretra. Vive in chi continua, nonostante tutto.

A tutti loro diciamo una cosa semplice e definitiva: Non siete soli!

La parte sana del Paese vi guarda con rispetto, vi sostiene, vi è riconoscente e continuerà a farlo con convinzione, senza ambiguità e senza tentennamenti.

Con profondo rispetto e senso civico, ribadiamo la nostra vicinanza a tutti i Magistrati, giornalisti, imprenditori e forze dell’ordine che, ogni giorno, con coraggio e spirito di servizio e abnegazione, onorano la giustizia e la democrazia nella lotta contro ogni potere mafioso.

Giuseppe Carbone
A. R. Liguria